In anticipo di quattro anni rispetto al fallimento di Lehman Brother, la ICCR, capitanata da un rappresentante della Chiesa Presbiteriana, il reverendo William Somplatsky-Jarman, presentò una risoluzione chiedendo alla banca d'affari americana di sviluppare procedure di analisi più rigorose sui prestiti e sui partner responsabili dello sviluppo di pratiche "predatorie" nell'erogazione di mutui subprime ad alto rischio.
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Suore in tailleur gessato e camicetta bianca. Monaci in abito scuro, con tanto di cravatta. Cattolici e protestanti, ebrei, musulmani e buddisti, tutti seduti allo stesso tavolo per discutere di finanza. Chi a fine settembre ha avuto modo di partecipare al meeting della ICCR (Interfaith Center on Corporate Responsabilità), una coalizione internazionale che riunisce oltre 300 investitori istituzionali, per lo più statunitensi (leggi), ha vissuto in modo traumatico il rientro nel nostro Paese. "Le riunioni della ICCR sono un luogo dove si respira la cultura del confronto e del dialogo. Torni in Italia e devi constatare che qui prevale sempre la logica dello scontro".
Lo zoccolo duro della ICCR è rappresentato da 84 enti religiosi protestanti, cattolici ed ebraici. C'è anche Clean Yield (letteralmente, "reddito pulito"), una piccola società di gestione del risparmio "laica" fondata da quattro ex dipendenti di grandi banche d'affari che da New York, nell'84, si trasferirono in un paesino di 300 anime nel North Carolina e oggi gestiscono un patrimonio di circa 150 milioni di dollari, investito esclusivamente secondo criteri di responsabilità sociale e ambientale.
I trecento investitori istituzionali della ICCR si riuniscono tre volte all'anno in occasione di vere e proprie assemblee plenarie. Si dividono in gruppi di lavoro. Discutono. E decidono verso quali società puntare l'indice nei mesi successivi, quali mozioni presentare alle assemblee degli azionisti. "La cosa sorprendente", ha raccontato all'Osservatorio finanza etica un investitore istituzionale che ha preso parte al meeting di settembre, "è constatare come questi religiosi siano perfettamente preparati: conoscono la materia, intervengono, propongono mozioni e si assumono la responsabilità di presentarle e discuterle alle assemblee degli azionisti". Ogni iniziativa di engagement è condotta con un livello di competenza e professionalità encomiabili. E non è un caso che molti dei religiosi che partecipano alle riunioni, abbiano frequentato Master in materie economico-finanziarie (ma non solo).
Ecco come il Reverendo William Somplasky-Jarman, una vita a metà tra la carriera ecclesiastica e la gestione di un portafoglio titoli eticamente orientato, si era accorto che, all'interno di Lehman, qualcosa stava andando storto. Possibile che i big della finanza globale non avessero notato nulla? Possibile che, anche per le agenzie di rating, fosse tutto in ordine?
La mozione del 2004 contro la Lehman venne poi ritirata. La ICCR ottenne un impegno a sviluppare migliori procedure di analisi nel settore del credito. L'obiettivo era convincerla a tenersi alla larga dai mutui subprime. Ma, com'è noto, le cose sono andate diversamente.
Ci sono anche molti casi di "successo". L'ultimo è legato al nome di una nota multinazionale della grande distribuzione: Wal-Mart. Come riporta il Financial Times, il 30 settembre la Wal-Mart si è rivolta ai propri fornitori chiedendo di interrompere l'importazione di cotone dall'Uzbekistan: la multinazionale ha così deciso di prendere parte ad un'azione di boicottaggio che coinvolge altri brands globali, uniti nel chiedere al Paese centrasiatico di porre fine allo sfruttamento di lavoro minorile nella coltivazione del cotone.
"Plaudiamo alla decisione della Wal-Mart di affrontare in modo diretto questa questione morale e sociale", ha dichiarato Sister Barbara Aires, delle Sisters of Charity of Saint Elizabeth, New Jersey, uno degli investitori più attivi all'interno di ICCR. Ogni motivazione di carattere etico-religioso ha sempre, comunque, un risvolto prettamente finanziario. "Come investitori, a parte le questioni di carattere morale, siamo preoccupati del fatto che il documentato utilizzo di forme di schiavitù moderna nella Repubblica dell'Uzbekistan, relativamente alla produzione di cotone, possa creare problemi legali, finanziari e reputazionali alle imprese nelle quali investiamo", ha detto Vidette Bullock Mixon, General Board of Pension and Health Benefits della Chiesa Metodista Unita, la persona che, nei mesi scorsi, ha inviato una lettera ai vertici dell'azienda invitandola a prendere una posizione netta contro il governo Uzbeko. "La multinazionale ha utilizzato la sua influenza per indurre i fornitori a mantenere elevati standard di responsabilità sociale in riferimento al codice di condotta della società, e noi le siamo grati".
E brava la Wal-Mart. Ma vale la pena ricordare che, spulciando negli archivi della ICCR, si trovano le tracce di numerose azioni promosse da investitori etici contro la multinazionale: in sedici anni, Wal-Mart ha collezionato ben 58 risoluzioni, legate a questioni relative alla tutela ambientale, al rispetto dei diritti umani e dei lavoratori, alla corporate governance, e ad altre issues come "Health", "Militarism & Violence ". E non c'è solo la Wal-Mart. Nell'elenco delle società contro cui la ICCR ha puntato l'indice negli ultimi trent'anni, compaiono quasi tutte le grandi multinazionali americane, equamente distribuite in tutti i settori industriali; dalla General Motors a McDonald's, da Coca Cola a Microsoft, passando per Google, Apple, Walt Disney, PepsiCo, Citigroup, Enron, Ford, Manpower, Hewlett-Packard, Intel, Colgate-Palmolive, General Electric, Philip Morris, Nike...
Quale sia l'elemento di forza della ICCR, lo ha detto molto chiaramente Laura Berry, quando la intervistammo per Ofe nel mese di aprile (leggi): "È il denaro", disse, in quella occasione, il direttore esecutivo; "I 300 investitori istituzionali che fanno capo alla coalizione internazionale, complessivamente, gestiscono un patrimonio di oltre 100 miliardi di dollari. Ma se consideriamo l'insieme dei nostri partner e delle organizzazioni associate e affiliate con le quali cooperiamo, si raggiunge una somma che oscilla tra i due e i tre mila miliardi di dollari". È facile intuire quale potere di pressione possa esercitare un soggetto capace di mobilitare tali somme di denaro.
Da noi, la finanza etica muove cifre molto più piccole. Secondo una recentissima indagine condotta da Eurosif, European Social Investment Forum (leggi), un gruppo pan-europeo che comprende fondi pensione, fornitori di servizi finanziari, centri di ricerca e ONG, l'SRI in Italia avrebbe raggiunto un patrimonio di circa 240 miliardi di euro, ma, di questi, solo 3,4 miliardi sarebbero gestiti utilizzando un approccio core, più rigoroso nella selezione dei titoli in cui investire. Le differenze tra gli Stati Uniti e l'Italia non attengono solo ai numeri. Da noi prevale un approccio basato sui criteri di esclusione e di inclusione che presiedono alla composizione del portafoglio titoli nei fondi SRI. Da loro, i criteri positivi e negativi rivestono una ruolo secondario. La vera forza della finanza socialmente responsabile made in Usa sta nell'azionariato attivo e nella capacità, sviluppata in oltre trent'anni, di influenzare la condotta delle aziende. Anche quelle grandi. Anche quelle grandissime e potenti.
Sarebbe ingenuo, e forse anche sbagliato, pensare di importare tout court un modello sviluppatosi sotto diverse coordinate spazio-temporali e attraverso dinamiche differenti. Ma è auspicabile che anche l'Italia inizi ad imparare da chi ha trovato una strada credibile per far crescere la finanza socialmente responsabile. Una strada che funziona e, forse, meriterebbe di essere esplorata.
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