41mila progetti finanziati. Circa 80 miliardi di euro erogati in oltre 10 anni, sborsati in parte dallo Stato Italiano e in parte dall'Unione Europea. Ma sempre, rigorosamente, a fondo perduto. Sono questi i dati che emergono da una recente inchiesta di Report (leggi), che mette in luce come, non di rado, l'impatto di questo strumento sullo sviluppo economico del Paese sia stato inferiore alle aspettative. Vuoi perché, soprattutto al sud, il tasso di mortalità delle aziende è molto elevato. E succede che la nuova impresa muoia prima ancora di poter incassare il contributo. Vuoi perché, non di meno, i contributi a fondo perduto rappresentano un piatto goloso per truffatori ed organizzazioni criminali. Con il risultato che molte risorse finiscono nelle mani sbagliate.
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La Legge 488 del1992, relativa all'erogazione di contributi a fondo perduto, doveva nascere sulle ceneri della famigerata "Cassa per il Mezzogiorno", l'ente che - calcola Gian Antonio Stella nel suo libro Lo Spreco (2001) - tra il 1950 ed il 1992, riversò nelle regioni del Sud un totale di 279.763 miliardi di lire, corrispondenti a circa 140 miliardi di euro, per una spesa media annuale di 3,2 miliardi di euro. Ma a quanto pare, anche con la Legge 488, qualcosa non ha funzionato: e non solo perché l'ostacolo rappresentato dal certificato antimafia, requisito necessario per accedere ai fondi, era facilmente aggirabile attraverso il ricorso a prestanome: come dimostra l'inchiesta di Report, l'erogazione dei contributi a fondo perduto era spesso condizionata anche dall'azione di una fitta rete di consulenti, attivi nei punti di snodo tra poteri economici e politici.
"È un fatto insensato che la Ue continui ad assegnare fondi con la legge 488 che prevede erogazioni a fondo perduto. In questo modo si continua ad alimentare parassitismo e corruzione invece di creare etica di impresa e responsabilità concedendo sovvenzioni in conto interessi a tasso agevolato per il medio-lungo periodo e vantaggi fiscali". Così Beniamino Donnici, parlamentare europeo eletto nelle liste dell'Italia dei Valori, su L'Espresso del 15 maggio.
Ma sulla 488 è intervenuto, alcuni mesi fa, anche Pier Luigi Bersani, allora ministro delle Attività Produttive, presentando le misure adottate dal Governo Prodi a favore delle imprese all'interno del piano "Industria 2015": a partire, guarda caso, proprio dallo "smantellamento" della Legge 488, in favore dei meccanismi fiscali automatici, come il credito d'imposta.
Dove voglio arrivare. Dopo decenni in cui l'Italia, (anche) in tema di "fondi per lo sviluppo", ha avuto le tasche bucate, si cominciano ad intravedere soluzioni ragionevoli, ma nessuno sembra aver preso in considerazione il microcredito. D'accordo, stiamo parlando di realtà e obiettivi molto diversi: la micro-impresa che nasce grazie ad un piccolo prestito senza garanzie non è come il grande impianto industriale che ha incassato contributi a fondo perduto per milioni di euro. Ma il punto non è sostituire uno strumento con un altro, quanto, piuttosto, integrare soluzioni differenti a problemi differenti.
E se uno dei problemi è la difficoltà di accesso al credito per chi ha buone idee (imprenditoriali), ma non le garanzie necessarie per ottenere un prestito in banca, allora non c'è dubbio che il microcredito sia la migliore soluzione. Perché libera lo Stato dalla logica assistenzialista dei contributi a fondo perduto. E garantisce un accesso al credito più selettivo - perché fondato sull'analisi di business plan e mercati di sbocco dell'attività che il beneficiario intende avviare - e, al tempo stesso, più produttivo - perché non di rado, accompagna l'impresa nelle iniziali fasi di sviluppo dell'attività imprenditoriale, affiancando l'erogazione del credito a servizi di formazione e assistenza burocratico-amministrativa, che contribuiscono a ridurne il tasso di mortalità.
Per quale motivo, allora - mi chiedo - la politica non si decide a sostenere anche questo strumento? Fino ad oggi, è mancato un progetto strutturato di sviluppo nazionale fondato sul microcredito. Molte iniziative manifestano un carattere locale, e se si escludono pochi esempi, come quelli avvitato dalla Regione Lazio (leggi), o nelle Marche (leggi), il microcredito targato made in Italy appare incapace di incidere sullo sviluppo del Paese, a partire dai contesti più arretrati. Almeno fintanto che piccoli progetti isolati avranno risorse sufficienti per erogare soltanto pochi prestiti all'anno.
Qualche passo, a dire il vero, è già stato fatto. Il precedente governo, nel dicembre 2007, ha istituito un fondo di garanzia presso il Ministero per le Politiche giovanili e le Attività sportive, finalizzato a realizzare il progetto Diamogli Credito (leggi): nel giro di pochi mesi, sono stati finanziati (senza garanzie) 1.310 studenti universitari, per progetto Erasmus, iscrizione ai corsi o Master, l'acquisto di un pc o locazioni di immobili per studenti fuorisede. Idea: perché non istituire un fondo di garanzia analogo, magari presso il Ministero delle Attività Produttive, ma destinato a finanziare la nascita di nuove imprese?
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