Imprese responsabili di disastri ambientali. Multinazionali che fanno lavorare i bambini. Paesi che applicano la pena di morte e violano sistematicamente i diritti dell'uomo. Oppure sostengono regimi autoritari e pseudo-dittatoriali del terzo mondo, rifornendoli di armi (e denaro) - vedi il carico di armamenti (si parla di 77 tonnellate) proveniente dalla Cina e destinato alle forze governative di Mugabe che, proprio nei giorni scorsi, è stato richiamato in patria dalle autorità di Pechino (grazie alla mobilitazione dei portuali che ne hanno impedito l'attracco sulle coste africane).
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Scattano le proteste ufficiali dei governi. S'indigna chi ha letto o sentito la notizia. Ma l'indignazione dura poco. Il tempo di voltare la pagina del giornale. E quando ci si reca in banca per investire qualche risparmio, la fatidica domanda non viene mai posta: "Scusi, dove finiscono i miei soldi?"
Perché, forse non tutti lo sanno, ma i fondi comuni d'investimento sono contenitori molto eterogenei, al cui interno vengono "impacchettati" prodotti finanziari di diversa natura. Tra i quali non è difficile trovare proprio i titoli di quelle società (e di quegli Stati) che, a causa di comportamenti ritenuti inaccettabili, suscitano private dichiarazioni di biasimo e disapprovazione.
Cosa si può fare? Oggi ci sono prodotti d'investimento come i fondi "etici" che offrono alcune "garanzie" sulla responsabilità sociale delle imprese e dei Paesi che finanziano. Attraverso un'attività di screening sociale e ambientale, infatti, vengono esclusi dall'universo investibile del fondo determinati settori (tipicamente: armi, tabacco, alcool, pornografia, gioco d'azzardo ecc.) o Stati (per esempio, quelli che violano i diritti umani e dei lavoratori, applicano la pena di morte o non hanno ratificato il Protocollo di Kyoto).
Non solo. La selezione dei titoli da inserire in portafoglio viene effettuata utilizzando criteri di "inclusione" che premiano società quotate e Stati ritenuti socialmente responsabili per via dell'impegno nella tutela del capitale ambientale, sociale ed umano con cui vengono a contatto. Quindi, per esempio, vengono inseriti nel paniere i titoli di società che producono o utilizzano energie rinnovabili, attuano politiche di tutela della salute e della sicurezza sul luogo di lavoro o intrattengono relazioni positive con azionisti, sindacati e lavoratori, clienti e comunità locali, oppure adottano criteri di trasparenza nell'amministrazione finanziaria e nella remunerazione del manager.
Questo avviene non solo - o non tanto - per motivazioni di carattere "etico". Ma anche perché si ritiene (e diversi studi lo confermano) che vi sia una correlazione positiva tra l'adozione di criteri di responsabilità sociale da parte di un'impresa, la sostenibilità/solidità della sua attività, e, quindi, la sua performance finanziaria: il fatto che un'impresa quotata in borsa possa offrire garanzie in merito alla tutela ambientale e sociale, al rispetto dei diritti umani e dei lavoratori oppure adotti criteri di trasparenza nell'organizzazione del Consiglio di amministrazione, può essere considerato un indizio del fatto che, nel lungo periodo, quella azienda potrebbe essere più solida: perché, magari, non verrà sanzionata a causa dell'emissione di prodotti inquinanti, non dovrà subire il blocco dell'attività a causa di vertenze sindacali, e vanterà una migliore gestione manageriale, grazie anche alla presenza di membri indipendenti nel Consiglio di Amministrazione.
In definitiva, la responsabilità sociale viene utilizzata dai gestori di fondi etici come uno strumento aggiuntivo per effettuate previsioni più attendibili sulla performance finanziaria di lungo periodo.
L'idea di poter investire i propri risparmi senza entrare in contraddizione con le proprie convinzioni morali, può essere molto rassicurante. Soprattutto se l'investimento etico dimostra - come sta facendo - di non essere penalizzante sul fronte delle performance. Questo spiega il successo che i fondi d'investimento socialmente responsabili continuano ad avere quasi ovunque, grazie anche al contributo di testimonials di peso, non ultimo Al Gore: nel 2004, in partnership con David Blood (ex direttore generale di Goldmann Sachs Asset Management), l'ex vicepresidente Usa vincitore del premio Nobel per la Pace insieme al Comitato intergovernativo per i cambiamenti climatici, ha creato Generation: un fondo che gestisce circa un miliardo di dollari, rigorosamente in un'ottica di lungo termine e nella convinzione che la responsabilità sociale e ambientale possa esercitare un impatto concreto sulla capacità di generare performance finanziarie soddisfacenti. A metà marzo, Gore ha incontrato i vertici della Lombard Odier Darier Hentsch (Lodh), una delle più antiche ed importanti istituzioni finanziarie elvetiche, per stringere un accordo che dovrebbe sostemnere la crescita dell'investimento socialmente responsabile (SRI, Socially Responsible Investing).
Nel frattempo il segmento dei fondi etici continua ad andare molto bene sia negli Stati Uniti (dove il comparto è cresciuto del 13% in un anno contro il 3% registrato dall'industria del risparmio gestito nel suo complesso) che in Europa (+ 43% nei pirmi mesi del 2007).
Solo in Italia la raccolta è stata negativa per tutto il 2007, e anche a gennaio 2008 si sono persi altri 66,9 milioni di euro. Per quale motivo?
Si potrà dire che il comparto risente della crisi finanziaria internazionale innescata nell'agosto del 2007 dal collasso dei mutui subprime. Si potrà dire che il risparmiatore italiano ha una cultura finanziaria "arretrata", abituato com'è a delegare completamente la gestione dei suoi risparmi al promotore finanziario di turno (optando, in alternativa, per Bot e Cct, senza porsi troppe domande). Ma la colpa è anche (e, forse, soprattutto) delle banche. Che non hanno mai creduto fino in fondo nell'investimento socialmente responsabile. E poiché, in Italia, gli istituti di credito rappresentano la principale rete di distribuzione dei prodotti d'investimento, i fondi etici sono stati praticamente "oscurati". Teniamo presente che, in molti casi, le stesse banche non hanno provveduto a formare le reti di promotori sui nuovi prodotti. E se il risparmiatore non ha mai sentito parlare di fondi etici, "forse" è anche perché nessun promotore gliene ha mai parlato.
Risultato: mentre gli istituti stranieri "cavalcavano" il business dei fondi etici e le nostre banche puntavano su altri prodotti d'investimento (magari più remunerativi per le stesse banche), il risparmiatore "pacifista" ha continuato a finanziare l'industria bellica. Quasi sempre, senza saperlo.
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